[Analisi Sociologica]
C'è stato un momento preciso nella storia recente in cui il nostro rapporto con la realtà è cambiato per sempre. Non è stato l'11 settembre e non è stata la caduta del Muro di Berlino. È stato il 9 gennaio 2007, quando Steve Jobs ha sbloccato il primo iPhone facendo scorrere un dito sullo schermo.
La fine dell'attrito Fino a quel momento, interagire con il mondo richiedeva "attrito". I tasti dei vecchi telefoni facevano clic. Le manopole opponevano resistenza. Per ottenere un'informazione dovevi alzarti, cercare un libro, sfogliare le pagine. L'attrito era fastidioso, sì. Ma l'attrito era anche ciò che ci dava il senso del Tempo.
La filosofia di Apple, e poi di tutta la Silicon Valley, è stata eliminare ogni resistenza. "It just works". Tutto deve essere fluido, liscio, immediato. Uno swipe e sei ovunque. Ma eliminando l'attrito, abbiamo eliminato anche la "durata" (quel concetto caro a Bergson).
L'ansia della fluidità Oggi viviamo in un presente continuo e scivoloso. Non c'è più il tempo dell'attesa, c'è solo il tempo della risposta immediata. Se una pagina web ci mette 3 secondi ad aprirsi, proviamo rabbia fisica. Se un messaggio su WhatsApp non riceve la doppia spunta blu subito, entriamo in ansia.
Abbiamo barattato la pazienza con la velocità. E l'affare, a guardare i tassi di ansia e depressione moderni, non sembra essere stato vantaggioso.
Dalla Mente al Pollice Il problema non è lo strumento. Il problema è che la nostra biologia non si è evoluta alla velocità dei nostri processori. Siamo esseri di carbonio intrappolati in un'interfaccia di silicio. Steve Jobs voleva liberarci dalla tastiera fisica, ma ci ha imprigionati in una gabbia di vetro liscia, dove scivoliamo costantemente senza mai trovare un appiglio solido.
In questo blog (l'Iperuranio) cercheremo di rimettere un po' di "attrito" nel pensiero. Di fermarci. Di non scorrere via, ma di approfondire. Perché pensare è faticoso. E va bene così.


